“Fare gli europei per fare l’Europa”

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“Fare gli europei per fare l’Europa”

di Eunews e Giampaolo Rossi] L’osservatorio sulle proposte di riforme dell’Unione europea è un nuovo think tank che si propone di raccogliere le proposte di riforma istituzionale dell’UE. Ne abbiamo parlato con il coordinatore Giampaolo Rossi.

di Eunews e Giampaolo Rossi

L’osservatorio sulle proposte di riforme dell’Unione europea è un nuovo think tank che si propone di raccogliere le proposte di riforma istituzionale e alle modifiche nel rapporto fra Unione europea, Stati, autonomie locali, formazioni sociali. Collaborano all’Osservatorio diversi accademici che si impegnano a seguire il processo di riforma nei singoli settori; altri che reperiscono le proposte più significative avanzate a livello europeo o di singoli paesi; altri che seguono il dibattito e forniscono le loro osservazioni. L’Osservatorio è coordinato da Giampaolo Rossi, mentre la raccolta e l’elaborazione delle informazioni viene coordinata da Francesco Grassi. Chi voglia inviare comunicazioni può farlo attraverso l’indirizzo: osservatorioeuropa@ridiam.it. 

Per capire meglio la natura e la finalità del progetto abbiamo rivolto qualche domanda al coordinatore Giampaolo Rossi. 

Prof. Rossi, ci pare di capire che il vostro progetto si propone si stimolare il dibattito sulla riforma dell’Unione europea. Secondo voi, perché il dibattito nel nostro paese è stato relativamente fiacco finora?

Il dibattito sulla riforma dell’Unione europea è fiacco perché non si è maturata in gran parte della politica e della cultura la consapevolezza della nuova dimensione che hanno i problemi. Si vive in un orizzonte che raramente supera quello nazionale. C’è un evidente squilibrio fra l’attenzione che si è data alla riforma delle istituzioni nazionali e quella che si da alla riforma di quelle europee. Ma il dibattito è stato debole anche negli altri paesi e si è fermato alle questioni preliminari (si o no all’euro, o agli eurobond, e poco più) e a proposte poco approfondite.

Come mai il “sistema-paese” si è rivelato relativamente inefficace nel far valere i propri diritti in sede europea (penso al tema dei migranti, dell’austerità fiscale, ecc.)? È un problema di debolezza di idee, di debolezza politica o altro?

L’inefficacia deriva anzitutto da un atteggiamento nei confronti dell’Europa che quando non è di totale, acritica, acquiescenza diventa solo rivendicativo. Non sarebbe così se ci sentissimo protagonisti dell’Unione, al pari dei grandi paesi.

Il vostro progetto si propone principalmente di alimentare il dibattito nell’ambito dell’accademia e della società civile o puntate a interloquire soprattutto con la politica?

Non vedo questa alternativa. Il progetto deve coinvolgere la cultura e la società civile non meno della politica. Non si può “fare l’Europa senza gli europei” come in passato si fece l’Italia prima degli italiani. Abbiamo solo iniziato a “fare gli europei” soprattutto con i progetti Erasmus, che vanno moltiplicati, come è previsto nel programma di Macron.

Voi stessi riconoscete nella presentazione del progetto che “il numero delle considerazioni e idee sull’Unione è ormai diventato trabordante”. Eppure, nonostante ciò, il processo di riforma è stato estremamente lento e laddove ha avuto luogo ha spesso avuto un carattere regressivo rispetto all’impianto di Maastricht (si veda per esempio il fiscal compact). L’impressione è che il problema non sia la mancanza di proposte e di idee ma la mancanza di volontà politica. Cosa vi fa pensare che l’ennesimo think tank – le cui idee rischiano di cadere nel vuoto della politica – sia ciò di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno?

Le proposte non mancano, anche se spesso non sono ben coordinate con il contesto istituzionale nel quale si inseriscono. Il più delle volte sono isolate l’una dall’altra e non c’è un vero confronto che individui le convergenze e le divergenze e costringa le forze politiche ad assumere la responsabilità delle scelte. Così non ci si avvicina a una fase operativa e anzi si continua a non dare nemmeno attuazione alle misure già previste dai Trattati e dagli accordi successivi. È più facile fare una norma che realizzare la riforma in concreto, quando si devono cambiare le posizioni e i comportamenti delle persone e si devono spendere soldi sottraendoli ad altre destinazioni. In questo si misura la volontà politica effettiva che spesso in passato è mancata (si vedano le osservazioni di De Gasperi riprese da Draghi). È vero, quindi, che il problema centrale è la debolezza della volontà politica ma, proprio per stimolarla, occorre fare un passo avanti nell’approfondimento delle proposte.

Se anche la politica italiana raccogliesse le vostre proposte di riforma, non pensate che queste si scontrerebbero comunque con l’intransigenza della classe politica tedesca, che non sembra assolutamente intenzionata a cedere su alcuni temi fondamentali per un’evoluzione virtuosa dell’Unione europea e dell’eurozona (eurobond, maggiore flessibilità fiscale, un reale Tesoro europeo con budget adeguato, ecc.)? Tra l’altro i sondaggi dicono che l’ideologia “austera” della classe politica tedesca riscontra un ampio sostegno tra la società tedesca. Secondo voi come si può fare per aggirare questo “ostacolo”? È necessario aprire un canale di dialogo con chi in Germania condivide le vostre idee o ritenete che sia necessario che le élite italiane e della periferia più in generale “alzino la voce”?

Anche questo limite di una parte della opinione pubblica tedesca è favorito dal fatto che il dibattito è fermo alla fase preliminare. Ciascuno quindi può pensare che la propria posizione di partenza possa, o addirittura debba, essere accolta dagli altri; non ci può essere quindi consapevolezza degli svantaggi che si avrebbero se gli altri non l’accogliessero. L’obiezione è troppo semplice, perfino banale: se ciascuno resta nelle proprie posizioni è inutile cercare un accordo con altri. Credo che larga parte dell’opinione pubblica tedesca possa comprenderlo, e anche la Merkel ha mostrato più volte di avere lungimiranza. Non si chiede ai tedeschi di fare sacrifici, ma di capire che, in certi casi, 2 più 2 fa 5, e anche 22: in un mondo nel quale i players sono di grandi dimensioni la quantità “fa virtù”. Del resto è sempre stato così, e lo sanno soprattutto i tedeschi che, come gli italiani, hanno tardato a unificarsi. Gli effetti si sono visti. Solo con una Europa unita ogni parte che la compone può reggere il confronto internazionale e dare un contributo positivo al mondo, con i valori che sono qui consolidati.

Se anche le vostre proposte trovassero un riscontro a livello politico, l’impressione è che comunque si sconterebbero con l’ostilità di una larga fetta delle popolazioni europee – soprattutto nei paesi della periferia – all’idea di una maggiore cessione di sovranità nazionale nei confronti dell’Europa. Come vi proponente di risolvere questo problema?

L’ostilità all’Europa di settori dell’opinione pubblica deriva in parte da un comprensibile ritardo culturale: non è facile capire quando il contesto esterno impone un cambiamento e rende illusoria l’idea che si possa continuare come prima o addirittura tornare indietro. La sovranità è stata perduta da tutti gli Stati, e soprattutto da quelli piccoli, per effetto dell’evoluzione tecnologica che rende impossibile la soluzione a livello locale dei grandi problemi. Si tratta ora di passare dalla “sovranità perduta” alla “sovranità recuperata e condivisa”, attraverso l’Europa. Macron l’ha capito bene. L’ostilità trova però facile alimento in una costruzione non adeguata dell’Europa, a volte inutilmente invasiva e assente invece nelle questioni importanti (la Siria e le immigrazioni per esempio), rivolta in prevalenza a regolare la concorrenza fra i paesi membri anziché proiettarsi nello scenario internazionale e dare risposte ai problemi delle popolazioni (sicurezza, occupazione, assistenza). L’Unione ha iniziato da qualche anno a modificare le sue politiche. La Commissione e il Parlamento (nell’ambito dei suoi troppo scarsi poteri) si mostrano molto attivi. Se farà capire che sta dalla parte dei cittadini l’opinione pubblica diventerà più favorevole.

Siete favorevoli ad una modifica dei Trattati o – come hanno sostenuto diversi autori – ritenete che le riforme che auspicate si possano attuare anche all’interno dei Trattati vigenti?

Una modifica dei Trattati è necessaria, anche per risolvere il problema del deficit democratico. Non manca al Parlamento l’investitura democratica ma non vi è la necessaria correlazione fra rappresentanza e poteri, con il paradosso che le istituzioni europee vengono avvertite o come rappresentative senza poteri o con poteri senza una evidente investitura democratica. Non si devono fare troppo in fretta grandi riforme dei Trattati, ma solo modifiche puntuali, precedute da un rafforzamento nelle politiche europee a favore delle popolazioni. Molte riforme si possono fare, e si stanno facendo, a Trattati invariati, recuperando la precedente inattuazione. Altre possono essere avviate da un gruppo di paesi che aprano la strada agli altri. Non si può però forzare troppo l’interpretazione delle norme vigenti, come si fa in alcune proposte, come quella di Piketty che duplicherebbe gli organi svuotando di fatto quelli attuali, con esiti conflittuali dei quali l’Europa non ha proprio bisogno. Occorre piuttosto rafforzare i poteri del Parlamento europeo e aumentare i rapporti diretti fra gli organi europei e le popolazioni.

La Germania si è ripetutamente opposta ad una maggiore ingerenza delle istituzioni europee nel paese…

È diffusa in Germania la tesi che, in base al principio di sussidiarietà, il livello più ampio non deve fare ciò che può fare il più piccolo. Il principio è importante ed è giusto che una certa differenziazione venga mantenuta in rapporto al diverso grado di efficienza dei singoli paesi, ma la mancanza di rapporti diretti incide sulla effettività della rappresentanza e quindi sul principio democratico perché lo rende solo formale. Va trovata quindi una composizione fra le due diverse esigenze, altrimenti il sistema consentirebbe in modo eccessivo a qualche paese di mantenere le proprie competenze e nello stesso tempo di influire sugli altri, tramite le istituzioni europee, e questo non è accettabile. Per l’Italia non è un problema: quando si è saputo che la Commissione aveva assunto direttamente l’onere di ricostruire l’Abbazia di San Benedetto a Norcia e Juncker aveva accettato l’invito del sindaco, tutti hanno sentito l’Europa più vicina.

L’impressione è che stia emergendo una frattura profonda tra Germania e Stati Uniti. Come pensate che questo influenzerà il processo di riforma dell’UE?

Finché gli USA sostenevano l’Unione europea e la proteggevano a proprie spese con l’ombrello militare mancava un forte stimolo a riprendere il processo unitario. A noi, cittadini europei, non fa piacere né la Brexit né un rapporto di tensione con l’amministrazione americana. Sembra quasi che il mondo anglosassone, abituato alla posizione di preminenza nel mondo che ha avuto per un lungo periodo, non accetti un rapporto paritario con altri paesi e tenda a chiudersi, con il rischio di declinare. Se così fosse non potremmo che prenderne atto e trarne una ragione in più per unificarci.

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