Intervento su: “La Questione Europea”

Credo che il discorso sull’Unione Europea dovrebbe partire dai fatti che, almeno in apparenza, ne hanno determinato la crisi attuale (dal Brexit al successo dei partiti antieuropei, alle liti fra gli Stati membri che tendono a dividersi in gruppo coalizzati). Senza pretendere di rifondare l’intero sistema, dovremmo cercare risposte a quelle che appaiono le cause più evidenti della crisi.

(A)

Piaccia o non piaccia, i timori determinati dall’irruzione sul continente europeo di milioni di immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia e che sono alla base del successo dei partiti antieuropei, richiedono una risposta politico-giuridica.

La soluzione non può essere quella di Papa Francesco (o della Merkel prima maniera).

Occorre una determinazione dell’Unione europea con la quale si stabiliscano quote annue non superabili (comparti di richiedenti asilo e di immigrati economici) e vengono indicati in paesi fra i quali ripartirli.

Insistere su un riparto proporzionato alle popolazioni dei 27 Stati membri mi sembra sciocco: perché molti degli Stati che più recisamente si oppongono all’immigrazione (soprattutto gli ex Stati comunisti) coprono territori nei quali gli immigrati non vogliono andare. Essi vogliono andare essenzialmente in Germania, Olanda, Danimarca, Svezia (e nel Regno Unito che ci ha salutato).

Le quote devono tener conto della capacità (e disponibilità) di accoglienza di questi Stati: i quali hanno diritto a che tutti i 27 Stati concorrano ai costi (costi che vanno calcolati al netto dei benefici che l’immigrato arreca quando copre vuoti vistosi del mercato del lavoro locale o del mercato del lavoro autonomo).

Allo stesso modo tutti dovrebbero concorrere ai costi sostenuti dagli Stati di prima accoglienza (Italia e Grecia in primis): anche se nei territori di questi Stati gli immigrati non vogliono restare (in Italia in un anno, solo 80 mila richieste di asilo).

Ovviamente possono essere prospettate soluzioni alternative (o complementari: come quella caldeggiata da Prodi e da altri di un intervento in loco con investimenti europei che alimentano le economie (soprattutto africane) e pongono le premesse perché la gente trovi lavoro nel proprio paese anziché emigrare.

Una soluzione del genere, peraltro, è difficilmente praticabile nei paesi (soprattutto africani) governati da criminali sanguinari dai quali la gente vuole semplicemente fuggire (a costo di rischi e sacrifici enormi).

(B)

L’altra ragione di impopolarità dell’Europa è legata alla crisi economica che dura dal 2007 e che in alcuni paesi (Grecia e Italia in primis) non sembra cessare.

Qui il giudizio dell’elettore che vota Salvini, Le Pen, Farage e i loro equivalenti tedeschi, austriaci, olandesi etc. è palesemente condizionato dalla sindrome del capro espiatorio e della costruzione del nemico. Si identifica in causa del disagio che è diversa da quella reale ma che agisce potenzialmente sulle scelte elettorali (e sulle scelte dei governi che mirano a neutralizzarle, dando qualche contentino: il muro di Calais).

In questo caso la funzione di chi ragiona dovrebbe essere quella:

  • di spiegare quali colossali vantaggi gli Stati europei ha ricavato dall’Unione europea (libertà di circolazione dei beni, dei servizi e dei fattori produttivi, imprese e capitali). Per non parlare di un periodo di pace così lungo che neppure il congresso di Vienna aveva assicurato;
  • di spiegare invece quali sono le ragioni vere della crisi: alcune globali (il fallimento dei mercati finanziari), altre domestiche.

Non dovremmo dimenticare che la ragione fondamentale del pantano da cui l’Italia non riesce a districarsi è l’esistenza di un colossale debito pubblico: accumulato nello sciagurato ventennio (70 e 80) che ha registrato una abnorme crescita della spesa pubblica e della pressione fiscale.

Sono i fattori che oggi ci strozzano, strozzano le imprese, e frenano l’unica spesa pubblica che potrebbe aiutarci (la spesa d’investimento).

Naturalmente non basta un’opera di informazione e di persuasione (sarebbe ingenuo credere che essa possa alterare una linea di tendenza antieuropea apparentemente inarrestabile).

Occorrono risposte politico-giuridiche: che in questi giorni vengono formulate da più parti.

Si tratta di integrare la moneta unica (l’euro) con una politica fiscale unica (L.Zingales): di cui un assaggio potrebbe essere un’assicurazione comune contro la disoccupazione proposta dal ministro Padoan.

Qualche spunto potrebbe essere tratto dal recente rapporto (Pisani- Ferry, Röttgen, Sapir, Tucker , Wolff) su Europe after Brexit: A proposal for a new Continental Partnership (v. Corriere della Sera, 11 sett. 2016).

Ancora. Le risorse che l’Europa destina alle imprese per stimolarne e finanziarne le iniziative e che sono spesso sprecate (sia perché certe iniziative vengono prese solo perché ci sono i fondi, ma senza tener conto delle ricadute nel mercato, sia perché altre iniziative verrebbero prese anche se non ci fosse il finanziamento pubblico) andrebbero concentrate sulle infrastrutture (v. M. Monti, in Sole- 24 Ore, 11 sett. 2016): la vecchia e gloriosa tradizione delle opere pubbliche che, come ben sanno gli Italiani, hanno contribuito assieme all’intervento sull’istruzione, a formare una nazione comunitaria più delle guerre d’indipendenza.

(C)

Sarei molto più cauto sul tema del c.d. deficit democratico dell’Unione europea (e quindi sulle proposte volte a colmare o mediante un rafforzamento del parlamento europeo o mediante la restituzione agli Stati membri di competenza dell’Unione).

La Cea, e poi la CE e poi l’Unione hanno raggiunto alcuni dei loro più importati obiettivi attraverso quelle che G. Majone chiama istituzioni non maggioritarie (Commissione, Corte di Giustizia): le quali hanno preso misure ed enunciato principi che i parlamenti (europei e nazionali) non avrebbero mai adottato o ai quali avrebbero opposto comunque strenua resistenza (basti pensare, a caso nostra, alle resistenze che trovano i processi di liberalizzazione e il principio di concorrenza).

Qui sarebbe utile un dibattito sulla democrazia e sui suoi limiti: su quello, cioè, che dovrebbe essere sottratto al principio maggioritario non solo perché riguarda i diritti fondamentali, ma anche perché comporta il ricorso a processi nazionali ai quali le maggioranze sono allergiche (misure, ad es., di razionalità economica sulle quali spesso non c’è dissenso tra gli addetti ai lavori, nonostante le diverse applicazioni politiche).

(D)

Una delle ragioni della crescente disapplicazione popolare nei confronti delle classi politiche dei rispettivi paesi (e oggi della classe politica dell’Unione europea) viene ravvisato dagli osservatori sulla diseguaglianza sociale che viene descritta come crescente (Stiglitz e compagni).

Non sono sicuro sulla bontà di questa diagnosi (la gente vuole star bene, e non le interessa, a meno che non sia mossa dall’invidia, che l’altra gente stia meglio di le). Certo è però che la crisi ha colpito le classi più povere di popolazione (ma anche le classi media i cui componenti non lavorano nel pubblico).

Qui potrebbe e dovrebbe intervenire l’Unione Europea che costituisce una economia sociale di mercato, ed è quindi tenuta, almeno in parte, a farsi carico del sociale (anche se, come è noto, i servizi di interesse generale non economico rimangono di competenza degli Stati membri). Un intervento delle istituzioni europee su questo piano potrebbe contribuire a rilegittimarlo. È una dinamica che la storia europea del novecento conosce perché la democrazia si è radicata anche per la legittimazione che lo Stato del service public si è guadagnata.

Ovviamente i dettagli (reperimento delle risorse, loro allocazione, selezione dei settori di intervento etc.) andrebbero studiato, con l’apporto di una pluralità di competenza disciplinare.

(E)

Potrei sbagliarmi, ma a me pare che per riattivare il processo europeo bisogna agire più sul piano delle politiche (e dei correlati congegni giuridici) che sul piano delle modifiche istituzionali.

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