Appunto sul regionalismo differenziato

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Nel dibattito sul regionalismo differenziato si ripetono gli errori che si
sono fatti nella riforma del Titolo V
I principali sono 2:
1) le soluzioni adottate non hanno tenuto conto del problema essenziale:
qualsiasi soluzione si adotti presuppone che si sia individuato un punto di
equilibrio fra due esigenze opposte: quella dell’uguaglianza e quella della
differenziazione accettabile (è chiaro che l’autonomia implica la possibilità di
differenziarsi).
Invece che trovare un punto di equilibrio, le soluzioni adottate hanno
massimizzato entrambe le opposte esigenze; con il risultato di rimettere alla
Corte Costituzionale quello che sarebbe il primo compito della politica.
2) Non si è avuta consapevolezza del fatto che il tema del rapporto Stato-
Regioni va contestualizzato nell’assetto complessivo dei pubblici poteri.
È ormai acquisito che lo Stato ha perso quel requisito
dell’”autosufficienza” che Aristotele aveva posto alla base della sua definizione:
lo Stato non può più governare l’insieme dei fenomeni che incidono sulla vita
della sua popolazione, in parte perché vi sono istituzioni sovranazionali (Unione
Europea, Organismi ai quali è stata ceduta quote di sovranità ex art 11 Cost.); in
parte per le diverse dimensioni che ha assunto lo spazio a seguito della
rivoluzione informatica; in parte, ancora, perché l’emergenza ambientale non è
governabile dai singoli Paesi.
Lo Stato è così, già oggi, la risultante occasionale di due sottrazioni: verso
il basso, con i trasferimenti alle Regione, e verso l’alto (Unione Europea e
globalizzazione)(io parlo, più propriamente, di semiglobalizzazione).
Nello stesso tempo, però, lo Stato resta il destinatario ultimo di tutta la
domanda sociale, che inoltre è in continua crescita per quel processo di
moltiplicazione impropria dei diritti che ho più volte criticato.
Lo squilibrio funzioni-poteri è evidente e non si può non tenerne conto
della redistribuzione delle competenze.
Ciò posto, vanno chiaramente evitate soluzioni maturate fra tecnici (quasi
sempre privi di una visione d’insieme) e ispirate solamente all’idea di sottrazioni
di poteri allo Stato.

La Sinistra non ha neppure avviato una riflessione sul principio di
uguaglianza: uguaglianza fra chi? I cittadini italiani? O anche i residenti non
cittadini? O i residenti delle regioni? O i cittadini europei?
E che soglia va data all’uguaglianza? Quella dei “livelli essenziali” ha
dimostrato di non funzionare.
Altra osservazione non da poco: le bozze di intesa prevedono che nelle
materie (settori) oggetto di accordi lo Stato non possa legiferare se non in accordo
con le Regioni.
L’idea è comprensibile perché non si può rimettere a una parte la modifica
unilaterale di un accordo
Ma, così come è scritta, nessuno si rende conto che si uccide il Parlamento
perché le materie sono numerosissime (quasi tutte). E così il Parlamento, stretto
frai vincoli internazionali e gli accordi con le Regioni, avrebbe ben poco da fare
Ciò posto vorrei chiarire che non mi opporrei in principio a forme di
autonomia differenziate
Bisognerebbe farlo però. con ben altra consapevolezza.

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